Aveva il pollice verde

“Qualunque cosa dicessero gli adulti, Lucy sapeva che lì c’era una magia speciale. Lo sapeva ogni volta che andava a casa di monna e nonno. In estate, la mattina presto, quando l’erba luccicava di rugiada. Nelle notti d’inverno, guardando dalla finestra della sua camera nel solaio. Il buio là fuori vorticava di stelle, e sentiva il lamento di un gufo, o una volpe, o qualcosa giù nei boschi. La magia del giardino le formicolava dentro, dai capelli alle unghie dei piedi. Mamma diceva che la magia era nelle dita di nonno. Aveva il pollice verde, secondo mamma. E Lucy ridacchiava, immaginando nonno con le dita verdi e appuntite, come un elfo. In realtà le sue mani erano tozze e squadrate, con unghie spesse e screpolate, per via dei lavori che faceva in giardino. Quando rientrava in casa, doveva strofinarle a lungo prima che fossero pulite. (…)”

( “Un amico segreto in giardino” – Linda Newbery)

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Un albero davvero singolare

caucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMUA prima vista poteva sembrare un albero come tutti gli altri. Stava nel mezzo di un prato leggermente in discesa. Il tronco era ricoperto di una rugosa corteccia marrone e nodose radici affioravano dal terreno. Le foglie erano verdi e folte, ma stavano troppo in alto perché si potesse vedere esattamente la loro forma. Ai piedi dell’albero c’erano ciuffi d’erba, margheritine, ciottoli e, dopo la pioggia, qualche fungo dal cappello rosso, proprio come nelle illustrazioni dei libri. Sui rami c’erano fiori e frutti, farfalle, api, uccellini…. Un albero come tutti gli altri, insomma!

Ma, a guardare bene, si scopriva una porticina nascosta in basso fra le radici nodose. Una porticina abbastanza grande per poterci passare attraverso senza rimanere incastrati (a patto di non essere troppo grassi). Il tronco infatti era cavo, e dentro c’era una scaletta a chiocciola che portava in alto, ai rami pieni di foglie. Non solo, ma sulla parte esterna del tronco alcuni spuntoni di rami tagliati ad altezza crescente formavano ottimi gradini o appigli per chi volesse arrampicarsi senza passare per la porticina segreta.

Naturalmente Aglaia preferiva questa scaletta esterna e ci saliva veloce come uno scoiattolo. Aglaia aveva otto anni, e abitava sull’albero insieme con la sua amica Bianca, che invece era una persona grande. Era successo che tutte e due si erano stufate di stare in un appartamento di città. Allora si erano messe d’accordo, avevano cercato un albero adatto e si erano trasferite lassù (….)

(“La casa sull’albero” – Bianca Pitzorno)

casa-albero   (disegno tratto dalla copertina del libro)

 

La casa di nonna

caucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMUOggi sono venuta qui in via Manno a fare le pulizie, perchè appena finiscono i lavori mi sposo. (…) I lavori sono stati affidati ad un architetto che è anche un po’ poeta e rispetta quello che il palazzo è stato. (…) Questa casa non è rimasta vuota anche perchè veniamo qui con il mio ragazzo e penso sempre che abbia ancora l’energia di nonna e che se facciamo l’amore in un letto di via Manno, in questo posto magico con il solo rumore del porto e i versi dei gabbiani, poi ci ameremo per sempre (…). Adesso che mi sposo il terrazzo è di nuovo un giardino, come ai tempi di nonna. L’edera e la vite americana si arrampicano sul muro in fondo e c’è il gruppo dei gerani rossi, dei viola e dei bianchi e il roseto e le ginestre fitte di fiori gialli e i caprifogli e le fresie, le dalie e i gelsomini profumati. Gli operai hanno impermeabilizzato e l’umido nei soffitti non ci fa più cadere le briciole di calcinacci sulla testa. Hanno anche imbiancato le pareti, lasciando intatte le decorazioni di nonna a metà muro, naturalmente. E’ così che ho trovato il famoso quaderno nero con il bordo rosso e una lettera ingiallita del Reduce (…).

(Mal di pietre – Michela Angus)

Terra, madre

“Sto soffocando la pena trattenuta, esco sullacaucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMU terrazza e l’aria non mi basta per tanti singhiozzi e la pioggia non mi basta per tante lacrime. Allora prendo l’auto ed esco dal paese diretta verso i monti, e quasi alla cieca raggiungo il bosco delle mie passeggiate, dove tante volte mi sono rifugiata a pensare da sola. Mi inoltro a piedi per i sentieri che l’inverno ha reso inservibili, corro inciampando tra rami e pietre, aprendomi il passo nella verde umidità di questo vasto spazio vegetale, simile ai boschi della mia infanzia, quelli che attraversai su un mulo seguendo i passi di mio nonno. Cammino con i piedi infangati e gli abiti inzuppati e l’anima che sanguina, e quando fa buio e non ne posso più di camminare e inciampare e scivolare e rialzarmi e proseguire incespicando, cado finalmente in ginocchio, mi strappo la camicetta, saltano i bottoni  e con le braccia in croce e il petto nudo grido il tuo nome, figlia mia. La pioggia è un manto di buio cristallo e le nubi scure si affacciano fra le chiome dei neri alberi e il vento mi morde i seni, mi penetra nelle ossa e mi ripulisce dall’interno con i suoi stracci gelati. Affondo le mani nel fango, raccolgo manciate di terra e me le porto alla faccia, alla bocca, mastico grumi salti di melma, aspiro a boccate l’odore acido dell’humus e l’aroma medicinale degli eucalipti. Terra, accogli mia figlia, ricevila, avvolgila, dea madre terra, aiutaci, le chiedo e continuo a gemere nella notte che mi cala addosso, chiamandoti, chiamandoti. Laggiù in lontananza passa uno stormo di anatre selvatiche e si portano via il tuo nome verso il sud. Paula, Paula….”

(Paula – Isabel Allende)

Il posto migliore per vivere

“In uncaucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMU prato vicino a casa tua o a casa mia viveva una colonia di lumache sicurissime di trovarsi nel posto migliore del mondo. Nessuna di loro si era mai spinta fino al limitare del prato, nè tanto meno fino alla strada asfaltata che iniziava proprio là dove crescevano gli ultimi fili d’erba. E siccome non avevano viaggiato non potevano fare confronti, quindi ignoravano che per gli scoiattoli il posto migliore era sulla cima dei faggi, o che per le api non c’era posto più piacevole delle arnie di legno disposte in fila dall’altra parte del prato. Non potevano fare confronti ma non importava, perchè per loro quel prato, dove grazie alla pioggia crescevano in abbondanza le piante di dente di leone, era il posto migliore per vivere.

Quando arrivavano i primi giorni di primavera e il sole faceva sentire delicatamente la sua tiepida carezza, le lumache si svegliavano dal letargo invernale, con un lieve sforzo dei muscoli sollevavano il guscio quel tanto che bastava a mettere fuori la testa e subito allungavano i cornini con in cima gli occhi. Allora scoprivano con gioia che il prato era coperto di erba, di piccoli fiori selvatici e, soprattutto, di saporiti dente di leone.

Certe lumache, le più vecchie, chiamavano il prato Paese del Dente di Leone e chiamavano Casa la frondosa pianta di calicanto che ogni primavera germogliava con rinnovato vigore dalle foglie castigate dalla brina invernale. Sotto quelle fronde le lumache passavano gran parte del loro tempo, nascoste allo sguardo avido degli uccelli”

(Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza – Luis Sepulveda)

Una mamma…. e un bambino vestito di foglie

“La signoracaucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMU Darling ebbe notizia di Peter la prima volta mentre metteva in ordine i cervelli dei suoi bambini. Riordinare ogni notte i cervelli dei loro bambini, dopo che si sono addormentati, è uno dei lavori più importanti delle buone mamme.

Vi rovistano e raddrizzano tutte le cose per il giorno dopo, rimettendo a posto i molti oggetti che, durante il giorno, sono andati a zonzo qua e là. (…) E’ come se riordinassero i cassetti. Le potreste vedere inginocchiate, immagino, mentre ne osservano curiosamente il contenuto.

Si domandano con stupore in quale parte del mondo voi abbiate potuto raccogliere una certa cosa. (…) Quando vi destate il mattino, le cattiverie e i sentimenti pericolosi con i quali vi siete coricati sono stati piegati in maniera da occupare uno spazio piccolissimo o riposto nell’angolo più remoto delle vostre menti. In bella vista, invece, bene esposti e sciorinati al sole, all’aria, stanno i pensieri migliori, pronti per essere indossati.(…)

Quella notte, la notte di cui parliamo, mentre ella dormiva fece un sogno. (…)Il sogno in sè sarebbe stato una bazzecola, ma mentre ella stava spiando, la finestra della stanza si aprì e un ragazzino balzò sul pavimento. (…) Era un grazioso ragazzino vestito di foglie secche e di linfa, quella che stilla dagli alberi.

(Peter Pan – J.M.Barrie)

La compagnia di Boscoverde

“Matcham si era riposato e ritemprato e così i due giovani, scaucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMUpronati da quel che aveva visto Dick, percorsero di volata l’ultimo tratto del bosco, attraversarono la strada e iniziarono la salita verso le alture della foresta di Tunstall. Gli alberi formavano boschetti via via più fitti, separati da radure, talora coperte da erica o ginestra, talaltra sabbiose e punteggiate da tassi secolari. Il terreno si faceva sempre più ondulato, con avvallamenti e dossi; a ogni passo in salita il vento fischiava sempre più pungente, piegando gli alberi come fossero canne da pesca.

(…) Al margine della radura, un alto abete sovrastava tutti gli altri alberi. La massa scura spiccava contro il cielo. Per circa cinquanta piedi il tronco si elevava diritto, poi si biforcava e proprio sulla sella formata dai due grossi rami c’era un uomo vestito di verde che scrutava i dintorni, come un marinaio di vedetta sull’albero maestro. (…) – Questa è una parte di foresta che non conosco – osservò Dick, – chissà dove conduce il sentiero!

– Proviamo a prenderlo – disse Matcham.

Poco più avanti il sentiero, raggiunto un crinale, scendeva ripido verso una conca, dove fra folte macchie di biancospino sorgevano le rovine di un grande edificio scoperchiato, annerite da un incendio.

(…) Col cuore che batteva forte scesero tra i biancospini. Qua e là c’erano tracce di recenti coltivazioni: alberi da frutto inselvatichiti, piante aromatiche che crescevano tra i cespugli (…) Stavano di certo camminando in quello che una volta era stato un giardino”.

(La freccia nera – Robert Louis Stevenson)