La compagnia di Boscoverde

“Matcham si era riposato e ritemprato e così i due giovani, scaucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMUpronati da quel che aveva visto Dick, percorsero di volata l’ultimo tratto del bosco, attraversarono la strada e iniziarono la salita verso le alture della foresta di Tunstall. Gli alberi formavano boschetti via via più fitti, separati da radure, talora coperte da erica o ginestra, talaltra sabbiose e punteggiate da tassi secolari. Il terreno si faceva sempre più ondulato, con avvallamenti e dossi; a ogni passo in salita il vento fischiava sempre più pungente, piegando gli alberi come fossero canne da pesca.

(…) Al margine della radura, un alto abete sovrastava tutti gli altri alberi. La massa scura spiccava contro il cielo. Per circa cinquanta piedi il tronco si elevava diritto, poi si biforcava e proprio sulla sella formata dai due grossi rami c’era un uomo vestito di verde che scrutava i dintorni, come un marinaio di vedetta sull’albero maestro. (…) – Questa è una parte di foresta che non conosco – osservò Dick, – chissà dove conduce il sentiero!

– Proviamo a prenderlo – disse Matcham.

Poco più avanti il sentiero, raggiunto un crinale, scendeva ripido verso una conca, dove fra folte macchie di biancospino sorgevano le rovine di un grande edificio scoperchiato, annerite da un incendio.

(…) Col cuore che batteva forte scesero tra i biancospini. Qua e là c’erano tracce di recenti coltivazioni: alberi da frutto inselvatichiti, piante aromatiche che crescevano tra i cespugli (…) Stavano di certo camminando in quello che una volta era stato un giardino”.

(La freccia nera – Robert Louis Stevenson)

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