Via dalla città

“Vivo in caucasian_girl_reading_a_book_0515-1002-0104-0834_SMUquesto podere da un po’. Ho ristrutturato la casa colonica a vantaggio della parte abitativa. La cantina è diventata una sala, la rimessa una cucina, il fienile il mio studio. Ho restaurato il forno, lo accendo ogni tanto per preparare pizze, pani, torte di verdura, arrosti. La terra intorno non aveva quasi più nulla del podere. Prima del mio arrivo alcuni campi erano stati venduti, la vigna divelta, il grande noce abbattuto. Il mio pensiero è stato, prima ancora di venire ad abitarci, quello di piantare degli alberi. Gli alberi sono lenti, volevo guadagnare tempo. Forse è stato un errore: adesso pianterei sì alberi, ma soprattutto da frutta. Il fatto è che a questo podere sono arrivata sotto la spinta di una suggestione confusa. Lo volevo, ma non sapevo bene a che scopo.  Non avevo però considerato che la casa, e soprattutto la terra, avrebbero trasformato la mia vita decidendo loro al mio posto. Mi avrebbero lentamente allontanata dalla vita di città”.

(L’orto di un perdigiorno – Confessioni di un apprendista ortolano – , Pia Pera)

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